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La pace in Mozambico: la mediazione italiana

Chiara Continenza & Martina Gastaldello, 2013

1. Il Mozambico: il lungo inverno coloniale.

Le prime testimonianze di insediamento portoghese in Mozambico risalgono al secolo XVI: la potenza commerciale e marittima lusitana mirava infatti a creare una serie di insediamenti sulle coste africane funzionali al controllo dei traffici verso l’India e l’Estremo Oriente. Nei secoli successivi i portoghesi, attirati dall’abbondanza di risorse naturali e metalli preziosi, si stabilirono sulla fascia costiera, dando inizio ad una dominazione economica e culturale anche grazie all’azione di missionari. Nel 1600 la corona portoghese iniziò ad inviare coloni in Mozambico per rafforzare il controllo del territorio. I terreni agricoli, di proprietà della corona, vennero suddivisi in sezioni (prazos) e dati in concessione a coloni europei che ne curavano la gestione pagando un tributo alle autorità portoghesi. I coloni inglesi residenti in Sudafrica cominciarono ad interessarsi al Mozambico, creando legami con le popolazioni autoctone e prendendo in affitto le terre dai portoghesi. Questo fenomeno ebbe un duplice effetto: da un lato rafforzò i legami fra la popolazione locale e gli inglesi (legami che daranno origine a tentativi di mediazione regionale nel processo di pace) dall’altro contribuì all’indebolimento del potere coloniale lusitano. All’indomani della seconda guerra mondiale, mentre la maggior parte delle potenze coloniali dava inizio al processo di decolonizzazione, il Portogallo di Salazar decise di rafforzare il proprio impero coloniale. Vennero inviati in Mozambico numerosi coloni e investite ingenti somme di denaro nello sviluppo economico della regione. Con l’indipendenza delle colonie inglesi e francesi in Africa si crearono i primi gruppi di resistenza al dominio coloniale in Mozambico. Nel 1962 i movimenti di resistenza UDENAMO (União Democrática Nacional de Moçambique), MANU (Mozambique African National Union) e UNAMI (União Nacional Africana para Moçambique Independente) si unirono con l’appoggio del presidente della Tanzania Nyerere, per dare vita al FRELIMO (Frente de Libertação de Moçambique). Il FRELIMO, sotto la guida del primo presidente Eduardo Chivambo Mondlane adottò la strategia della guerriglia per fare pressione sul governo portoghese affinché venisse concessa l’indipendenza alle colonie. La Lotta Armata di Liberazione Nazionale fu lanciata ufficialmente il 25 settembre del 1964 con un attacco alla divisione amministrativa di Chai e alla provincia di Cabo Delgado. La guerra di liberazione durò circa 10 anni, estendendosi alle provincie di Niassa e Tete. Durante questo periodo, nelle “Zone Liberate”, sottratte al controllo coloniale, il FRELIMO istituì un sistema di governo funzionale alle sue necessità di garantire la sicurezza e l’approvvigionamento di viveri e munizioni. La guerra terminò con gli Accordi di Lusaka, firmati il 7 settembre 1974 fra il governo portoghese e il FRELIMO, a seguito della rivoluzione dei garofani. Successivamente, venne formato un Governo di Transizione, presieduto da Joaquim Chissano, che includeva ministri nominati dal governo portoghese e altri membri nominati dal FRELIMO. La sovranità portoghese era rappresentata da un Alto Commissario, Vìtor Crespo. Il Mozambico ottenne l’indipendenza il 25 giugno del 1975: il primo governo, guidato da Samora Machel, era formato da esponenti del FRELIMO, l’organizzazione politica che aveva negoziato e sottoscritto con il Portogallo la fine del regime coloniale.

All’indomani dell’indipendenza, nella neonata Repubblica Popolare di Mozambico venne instaurato un governo di stampo marxista-leninista, espressione di un solo partito. Il governo del FRELIMO venne da subito condizionato dalle logiche della guerra fredda, allineandosi con l’Unione Sovietica e la Cuba di Fidel Castro. I cinque secoli di dominazione portoghese avevano lasciato il paese in condizioni di estrema povertà, alla quale il FRELIMO decise di porre rimedio, adottando una politica economica di stampo socialista. L’obiettivo principale del neonato governo mozambicano era quello di restituire al popolo ciò che era stato per secoli negato dalla dominazione portoghese. Pertanto, nel luglio del 1975, il governo procedette alla nazionalizzazione della Sanità, dell’Istruzione e della Giustizia. Negli anni settanta, numerose industrie e imprese private passarono sotto il controllo statale, così come la gestione delle terre e delle compagnie commerciali. Uno dei pilastri della politica di sviluppo economico del governo del FRELIMO fu la socializzazione dei campi. Il governo, con queste misure, puntava all’incremento della produzione agricola, dato che la maggior parte della popolazione risiedeva nelle zone rurali. Lo sfruttamento dei terreni e delle risorse naturali del Mozambico avvenuto durante il periodo coloniale ad opera di compagnie private europee, era stato la principale causa dell’impoverimento della popolazione mozambicana. I neri, infatti, erano esclusi dalla spartizione dei profitti derivanti dal commercio di beni agricoli e costretti a lavorare in condizioni estremamente difficili nelle piantagioni intensive di cotone, tè e anacardi. Il nuovo governo mozambicano decise, pertanto, di incentivare lo sviluppo della produzione agricola attraverso la creazione di cooperative a cui il governo forniva sementi e tecnologia. Inoltre, lo Stato comprava dalle cooperative derrate alimentari che ridistribuiva nella varie provincie, promuovendo lo sviluppo delle infrastrutture e dei mezzi di comunicazione all’interno del paese.

2. La Guerra Civile mozambicana (guerra dei 16 anni, o guerra di destabilizzazione del Mozambico).

Verso la fine degli anni Settanta, durante la guerra per l’indipendenza del Mozambico, alcuni militari portoghesi e dissidenti del FRELIMO si rifugiarono in Rhodesia. Il paese limitrofo, a seguito della proclamazione unilaterale di indipendenza dal governo britannico avvenuta nel 1965 (UDI, Unilateral Declaration of Independence), viveva una situazione di isolamento, non essendo riconosciuto dalla maggior parte dei paesi della comunità internazionale ed essendo sottoposto a sanzioni economiche imposte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [1]. Già a partire dal 1974, le autorità rhodesiane avevano deciso, d’accordo con il governo portoghese, di organizzare la resistenza anti-comunista dei dissidenti del FRELIMO, offrendo a questi la possibilità e i mezzi per dare vita ad un movimento armato. I rhodesiani, infatti, avevano garantito alle autorità portoghesi il loro sostegno militare per mettere in sicurezza alcune provincie e indebolire il FRELIMO durante gli ultimi anni della guerra per l’indipendenza. La RENAMO, Resistenza Nazionale Mozambicana, nacque nel 1975, grazie all’appoggio del governo e dei servizi segreti rhodesiani, con il fine di indebolire dapprima il movimento di resistenza anti coloniale e poi il governo di Maputo. Nel 1976, il governo del FRELIMO dichiarò ufficialmente di aderire alle sanzioni stabilite dall’ONU contro il governo della Rhodesia e procedette alla chiusura delle frontiere. Questa decisione ebbe conseguenze notevoli sull’economia rhodesiana che dipendeva dal “corridoio di Beira” per gli approvvigionamenti di materie prime e manufatti e per gran parte dei commerci con l’estero.[2]

Le autorità rhodesiane decisero allora di sostenere la RENAMO e sferrare un duro colpo al governo di Maputo, per convincerlo a riaprire il corridoio di Beira. I servizi segreti rhodesiani furono incaricati dell’addestramento militare dei combattenti della RENAMO e della pianificazione strategica insieme agli esponenti dell’organizzazione. Gli attacchi della RENAMO, che miravano a indebolire le neonate istituzioni mozambicane, servirono in alcuni casi come copertura per le operazioni rodhesiane, che miravano alla riapertura delle frontiere con il Mozambico. Fino al 1980, data dell’indipendenza della Rhodesia (Zimbabwe), la RENAMO continuò ad attaccare villaggi, città e infrastrutture in Mozambico, attestandosi sulle regioni vicine al confine con la Rhodesia, in particolare nella regione di Gorongosa.

Queste azioni provocarono una forte destabilizzazione dell’economia mozambicana, costringendo il governo a investire molto nel settore militare e causando un intenso esodo di civili che si spostarono dalle campagne verso le città, con il conseguente collasso della produzione agricola. La RENAMO subì una dura battuta d’arresto nel dicembre 1979, quando la guerra in Rhodesia finì a seguito della firma degli accordi di Lancaster House, che sancirono l’indipendenza dello Zimbabwe. Il sostegno dei servizi segreti rhodesiani venne meno a seguito della vittoria del partito Zanu di Mugabe, nel marzo del 1980: la RENAMO non poteva più trovare supporto nello Zimbabwe. L’appoggio venne allora garantito dal Sudafrica, che già dal 1979 aveva iniziato a fornire sostegno militare e strategico. A seguito di un periodo di addestramento in Sudafrica, la RENAMO tornò alla ribalta nell’estate del 1980. Il sudafricani concepivano la RENAMO in maniera differente rispetto ai rhodesiani: volevano infatti dare all’organizzazione un profilo pubblico e presentarla come un movimento politico a tutti gli effetti. Il leader della Renamo, Alfonso Dhalakama, incontrò i rappresentanti dei partiti conservatori europei in un viaggio in Europa nel novembre del 1980, dando inizio alla creazione di una rete di rappresentanze all’estero del movimento. Vennero aperti nuovi fronti nelle province vicine al confine con il Sudafrica, al fine di facilitare gli scambi di munizioni e prodotti alimentari con l’alleato sudafricano. Le comunicazioni e gli spostamenti sulle principali arterie divennero rischiosi, si moltiplicarono gli attacchi della RENAMO agli oleodotti e agli stabilimenti petroliferi, nonché alle sedi delle istituzioni e del partito del FRELIMO. Con l’aumento del sostegno economico e militare alla RENAMO da parte del Sudafrica, la guerra civile si estese nel giro di pochi anni a tutte le province del Paese, infliggendo un duro colpo all’economia mozambicana.

Si stima che gli effettivi della RENAMO crebbero dalle 5.000 unità nell’estate 1981 a quasi 8.000 l’anno successivo. Nel 1982 la situazione divenne complessa e il Presidente Machel arrivò persino a cancellare un suo viaggio in Europa per non allontanarsi da Maputo. [3]

Uno dei primi tentativi di risolvere il conflitto interno al Mozambico risale al 1984, ai cosiddetti colloqui di Pretoria, avvenuti poco dopo gli accordi di Nkomati. Con tali accordi il FRELIMO si impegnava a ritirare il suo appoggio all’ANC in cambio di un simile comportamento del governo sudafricano nei confronti della RENAMO. I colloqui di Pretoria, avvenuti per interposta persona fra gli esponenti del FRELIMO e della RENAMO, convinsero le parti dell’impossibilità di avviare un dialogo reciproco, una condizione questa che contribuì ad esacerbare il conflitto e a trascinarlo per più di dieci anni. A seguito degli accordi di Nkomati la RENAMO iniziò pian piano a rendersi indipendente dagli aiuti sudafricani, nonostante vi siano in materia orientamenti ed evidenze contrastanti, secondo le quali il sostegno sudafricano continuò in dispregio degli accordi presi con il FRELIMO.

3. La RENAMO

Circa l’organizzazione interna ed estera della RENAMO si sa poco per quanto riguarda il periodo della nascita del movimento. Infatti, le testimonianze pervenute agli studiosi erano di tipo propagandistico e principalmente messe in circolazione dal governo del FRELIMO.

Recenti studi hanno dimostrato che la RENAMO di Dhlakama era un’organizzazione piuttosto strutturata, ossia non riconducibile ad una semplice banda di criminali ed elementi anti sociali. [4] L’unità operativa era costituita da una compagnia di circa 150 elementi di sesso maschile raccolti intorno ad una base. Le compagnie disponevano di strumenti di radio comunicazione piuttosto avanzati attraverso i quali le varie unità rimanevano in contatto giornaliero con la base centrale. Grazie alle testimonianze di alcuni ostaggi liberati nel corso del conflitto, è stato possibile inoltre ricostruire le dinamiche interne ai gruppi di rivoluzionari. I campi erano protetti da turni di guardia, vigeva un’organizzazione della vita comunitaria di stampo militare. Le nuove reclute venivano addestrate in specifici campi di educazione, molto distanti dal luogo di residenza dei nuovi adepti al fine di impedire a questi di fare ritorno a casa. L’adesione avveniva per coercizione o, in rari casi, per scelta personale dei nuovi militanti. Per evitare la fuga dei nuovi membri la RENAMO utilizzava vari metodi coercitivi: i membri, ad esempio, erano costretti ad uccidere membri delle loro comunità di origine al fine di essere allontanati dalla popolazione locale. Il controllo delle popolazioni assoggettate veniva mantenuto attraverso l’uso di pratiche violente e con metodi brutali. Spesso, nei momenti in cui la RENAMO subiva pesanti offensive da parte dell’esercito mozambicano, il reclutamento di nuove leve avveniva attraverso rapimenti di massa di bambini in età compresa fra i 5 e i 13 anni. La RENAMO, nonostante il sostegno delle autorità rhodesiane prima e sudafricane in un secondo momento, fu sempre dipendente dalle popolazioni locali per quanto riguarda l’approvvigionamento di beni alimentari e di prima necessità. L’organizzazione gerarchica delle unità di militanti faceva capo ad un leader, spalleggiato da un gruppo di fedelissimi. L’impostazione ideologica della RENAMO non fu chiara dall’inizio bensì si costruì progressivamente durante tutta la durata del conflitto. Gli obiettivi dell’organizzazione vennero delineati nei primi anni Ottanta all’interno di un Manifesto e di un Programma. Quest’ultimo prevedeva la formazione di un Governo di Unità Nazionale, la convocazione di elezioni democratiche e un’economia di tipo misto. A livello internazionale la RENAMO godeva del sostegno di numerose organizzazioni di matrice conservatrice soprattutto negli Stati Uniti e nella Germania Federale. A causa della scarsità di prove e di evidenze, è molto difficile ricostruire la rete di appoggio alla RENAMO a livello internazionale. L’organizzazione non è mai riuscita, almeno fino ai negoziati degli anni Novanta, a mostrarsi coesa, politicamente stabile e credibile dinanzi ai membri della comunità internazionale.

4. Il problema della libertà religiosa e della chiesa cattolica in Mozambico.

Al fine di comprendere le dinamiche che portarono all’inizio del processo di pace in Mozambico, bisogna considerare per un momento le vicende riguardanti il problema della libertà religiosa nel paese. Questa precisazione, infatti, si rende necessaria dal momento che un elemento cruciale per l’apertura del negoziato fu proprio l’intervento e l’azione di mediazione portata avanti dagli esponenti del clero cattolico. A tal proposito occorre analizzare la figura di Jaime Gonçalves, arcivescovo di Beira che ebbe un ruolo di prim’ordine nello sviluppo dell’intera vicenda. Gonçalves, nato a Beira, era uno dei pochi esponenti del clero cattolico in Mozambico di origine africana. Sospettato di sentimenti nazionalisti da parte delle autorità coloniali, era stato allontanato. Conclusi gli studi ecclesiastici a Roma, prestò servizio in una parrocchia della Brianza, entrando in contatto con un sacerdote vicino alla Comunità di Sant’Egidio. [5]

I primi rapporti di Gonçalves con la Comunità si ebbero nel 1976 e si consolidarono nel corso del tempo, dando luogo ad un dialogo costante fra l’organizzazione umanitaria italiana e il clero mozambicano. Fu grazie al dialogo con Sant’Egidio che tra il 1975 e il 1981 il vescovo di Beira riuscì ad operare pressioni sul governo del FRELIMO, liberando la chiesa cattolica dalle misure restrittive impostele da Maputo. All’indomani dell’indipendenza, infatti, il FRELIMO considerava la chiesa cattolica come un retaggio del colonialismo e pertanto decise di procedere alla limitazione delle attività del clero. Del resto, durante il periodo coloniale, i portoghesi avevano ostacolato la formazione di una chiesa mozambicana per evitare che questa si allineasse su posizioni nazionaliste. L’iniziativa di Gonçalves per riaffermare la libertà religiosa nel suo paese fu piuttosto dinamica: l’arcivescovo infatti si recò in Tanzania e in Italia cercando il sostegno delle autorità politiche di matrice cristiana. La Comunità di Sant’Egidio suggerì allora a Gonçalves di entrare in contatto con gli esponenti del Partito Comunista e di chiedere loro di fare pressioni su Maputo, in nome dei rapporti di amicizia che legavano i due paesi sin dagli inizi della guerra di liberazione [6]. Durante una serie di incontri con alcuni esponenti del Pci, fra cui lo stesso Enrico Berliguer, Gonçalves poté presentare le condizioni sfavorevoli in cui versava la chiesa mozambicana e ottenere l’interessamento del Pci e una promessa di intervento a sostegno della causa. Le condizioni della chiesa cattolica migliorarono con l’affermarsi della guerra civile e lo spostamento del fulcro delle attenzioni del governo di Maputo sulla questione della RENAMO. Inoltre, la Comunità di Sant’Egidio si adoperò per favorire il dialogo fra la Santa Sede e il governo del FRELIMO, giungendo, nel settembre dell’85 all’incontro fra Samora Machel e il Papa Giovanni Paolo II. L’azione umanitaria della comunità in Mozambico era iniziata un anno prima, allorché il paese periva sotto la morsa della carestia e della siccità, con l’invio di grandi quantità di derrate alimentari e beni di prima necessità.

5. La morte di Samora Machel, il nuovo corso del FRELIMO.

Nel 1986 il leader del FRELIMO Samora Moises Machel morì in un incidente aereo le cui cause sono a tutt’oggi oscure. Gli succedette alla presidenza della Repubblica Popolare del Mozambico l’allora Ministro degli Esteri Joaquim Chissano. Questi, sin da subito, si mostrò come una figura di minore carisma rispetta al predecessore, un uomo più riflessivo e aperto alla rilettura dell’ideologia marxista. L’atteggiamento di Maputo nei confronti dei guerriglieri della RENAMO non mutò in modo significativo dal momento che questi ultimi, continuando ad essere definiti “bandidos armados”, non vennero legittimati come oppositori . Il conflitto raggiunse il suo apice negli anni 1986-87: le parti erano allora convinte che l’unico mezzo per arrivare alla pace fosse la sconfitta dell’avversario tramite l’uso della forza. A questo periodo risale anche l’appoggio militare al FRELIMO da parte dell’Unione Sovietica e dello Zimbabwe. Quest’ultimo procedette allo schieramento di reparti nella zona del corridoio di Beira, al fine di garantire la libera circolazione lungo l’arteria che collegava lo Zimbabwe all’Oceano Indiano. Nel 1987 ci fu un timido tentativo di apertura nei confronti dei guerriglieri da parte del governo di Maputo che si dichiarò disposto alla reintegrazione di coloro che deponevano le armi all’interno della società mozambicana, concedendo l’amnistia. Lo scarso successo di questa iniziativa non fece che rafforzare la convinzione del governo del carattere banditesco e terroristico della RENAMO, anche dinanzi all’opinione pubblica mondiale. Del 1987 è il “Programma di Ristrutturazione Economica (PRE)” promosso dal governo di Maputo. Con questo insieme di misure il FRELIMO, avendo firmato accordi con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale, desiderava rilanciare e risanare la fragile economia mozambicana. Le motivazioni alla base di tali scelte liberiste e di incentivo all’iniziativa privata risiedono nella volontà del partito unico di aprirsi alle potenze occidentali ed adeguarsi ai loro standard economici. Tale iniziativa venne percepita dalla RENAMO in maniera piuttosto scettica: si riteneva che il FRELIMO avesse adottato una simile linea solo per opportunismo politico nei confronti dell’Occidente. Con queste misure il FRELIMO dichiarò implicitamente di voler cambiare la sua visione politica con l’obiettivo di giungere ad un sistema multipartitico che potesse consentire la risoluzione basata sul dialogo del conflitto interno. Fu proprio questa lieve apertura del governo di Maputo a creare le basi per i tentativi di mediazione.

In un clima di generale sfiducia fra le parti, le autorità ecclesiastiche mozambicane decisero di prendere l’iniziativa. Il clero cattolico, nelle figure di Gonçalves, l’arcivescovo di Beira e Alexandre Dos Santos, arcivescovo di Maputo, si attivarono per cercare un contatto con la RENAMO, all’indomani di un incontro tenutosi nel 1988 con Chissano. Il leader del FRELIMO aveva manifestato il suo beneplacito all’iniziativa dei vescovi purché questi non si proponessero come mediatori ma solo come punto di contatto con la RENAMO, entità della quale si ignoravano i quadri direttivi e che suscitava non poche curiosità. I due vescovi decisero di percorrere strade diverse: Dos Santos si sarebbe occupato di cercare contatti con gli esponenti della RENAMO presenti in Nord America, mentre Gonçalves con i gruppi presenti in Europa, attraverso la mediazione del Kenya. [7] Il vescovo di Maputo non ottenne alcun risultato dai suoi viaggi negli Stati Uniti, mentre Gonçalves riuscì ad individuare un interlocutore credibile nella persona di Da Fonseca grazie alla fitta collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio. L’affidabilità di Da Fonseca venne messa alla prova con la richiesta di liberazione di una suora portoghese presa in ostaggio alcuni mesi prima. Con la liberazione di Irmã Lucia fu possibile intraprendere la via del dialogo con la RENAMO. Poco tempo dopo, nel maggio del 1988, Gonçalves incontrò, nell’ambito di una missione segretissima, il capo dell’organizzazione Afonso Dhlakama nella foresta di Gorongosa, riuscendo a strappargli la promessa di un cessate il fuoco provvisorio in occasione della visita in Mozambico di Papa Giovanni Paolo II. Il leader della guerriglia aveva dato la sua disponibilità, seppure con numerose riserve, al dialogo, fidandosi del vescovo Gonçalves, suo corregionale. Si profilarono allora diverse ipotesi sulle modalità e i tempi della possibile mediazione: si fece strada l’idea di un incontro tra delegazioni delle due parti in Kenya. Gonçalves e la Comunità di Sant’Egidio prepararono il terreno ai futuri incontri, guadagnandosi la fiducia delle controparti. I primi incontri fra le delegazioni si ebbero nell’estate del 1989 a Nairobi, ancora una volta, per interposta persona. La mediazione venne portata avanti prima dai vescovi mozambicani e poi dalle autorità di Kenya e Zimbabwe. I negoziati non sortirono gli effetti desiderati dai vescovi: sussisteva il maggior ostacolo negoziale, ovvero il rifiuto del FRELIMO di riconoscere alla RENAMO lo status di interlocutore politico paritario, anche dopo la reiterazione della proposta di amnistia per coloro che avessero deposto le armi. L’accettazione di questa condizione era vista dalla guerriglia come un vero e proprio invito alla resa e pertanto nemmeno presa in considerazione. I negoziati di Nairobi fallirono poiché si rese impossibile una mediazione fra le richieste delle controparti espresse in due documenti distinti.

6. La mediazione di Sant’Egidio

La mediazione regionale aveva dimostrato di essere inefficace. La guerra continuava a mietere vittime e ad aggravare la situazione economica del paese. [8] La Comunità di Sant’Egidio, ormai molto attiva sul territorio mozambicano, conquistò la fiducia delle autorità di Maputo. Andrea Riccardi, fondatore dell’organizzazione, tenne nel 1989 un discorso al V congresso del FRELIMO, rivolgendosi a Chissano e richiamando all’attenzione dei membri del partito il tema della pace e del dialogo per la risoluzione della guerra civile. Grazie al prestigio conferitole dalla sua instancabile attività di sostegno alla popolazione, la Comunità poté organizzare una visita di Dhlakama a Roma nel febbraio del 1990. In questa occasione, durante incontri con le autorità italiane, vennero poste le basi per l’apertura del negoziato con il FRELIMO. Nel giugno del 1990 le due parti accettarono Roma come sede dei negoziati, dopo intense mediazioni portate avanti dalla Comunità e dal Ministero degli Affari Esteri Italiano.

La prima tornata negoziale ebbe luogo a Roma, nel monastero di Sant’Egidio a Trastevere e si protrasse dall’8 al 10 luglio 1990. La delegazione del FRELIMO era guidata da Emilio Guebuza, ministro dei trasporti e delle comunicazioni, personaggio di spicco nel partito e abile oratore. La RENAMO, invece, era rappresentata da Raul Manuel Domingos, guerrigliero poco incline al dialogo che, durante i negoziati si trasformò in un vero e proprio diplomatico. Gli incontri fra le due delegazioni erano presenziati da quattro osservatori: Mario Raffaelli, in rappresentanza del governo italiano [9] , Jaime Gonçalves, arcivescovo di Beira [10], Andrea Riccardi, presidente e fondatore della Comunità di Sant’Egidio e Don Matteo Zuppi, vescovo cattolico italiano vicino a Sant’Egidio. Queste quattro personalità contribuirono alla creazione di un clima di fiducia reciproca fra le parti agendo in un certo qual modo come agenti stabilizzanti. Con il progredire del negoziato si crearono le condizioni per un ulteriore coinvolgimento degli italiani nel dialogo che assunsero il ruolo di mediatori, quando si rivelò impossibile la nomina di paesi africani come mediatori. Proprio questo sarà l’oggetto dei primi incontri: la RENAMO, infatti, proponeva come mediatore il governo keniano mentre il FRELIMO non poteva escludere lo Zimbabwe di Mugabe, suo alleato da tempo. I primi nodi che si tentò di sciogliere riguardarono le modalità, la frequenza, l’ordine del giorno e gli argomenti da trattare durante i futuri incontri. Sin da subito gli osservatori e i rappresentanti delle due delegazioni decisero di concentrarsi su ciò che accomunava le controparti e di lasciare indietro rancori e recriminazioni. L’obiettivo era definire il futuro del Mozambico e giungere quanto prima alla fine della guerra fratricida. La prima tornata di negoziati si concluse in un clima di entusiasmo da entrambe le parti che arrivarono a salutarsi chiamandosi “compatriota” e “fratello”. La formula del “cercare ciò che unisce”, come espressa da Riccardi all’inizio dell’incontro, era stata recepita. La comunità internazionale e l’opinione pubblica mozambicana reagirono con clamoroso entusiasmo alla notizia espressa nel comunicato stampa conclusivo dell’incontro.

Le prime difficoltà negoziali emersero durante il secondo incontro che si tenne a Roma nell’agosto del 1990. Lo scoglio da superare era ancora quello della cosiddetta “questione del mediatore”: la RENAMO continuava a considerare valida l’opzione di una mediazione regionale africana, mentre il FRELIMO vedeva in questo tipo di negoziato un’interferenza nelle questioni interne al paese. Contribuì all’impasse del dialogo l’intenzione di Chissano di procedere ad una revisione costituzionale al fine di introdurre il multipartitismo nell’ambito delle elezioni democratiche, previste per il 1991.[11] Tale iniziativa non venne condivisa dai guerriglieri della RENAMO che criticavano l’appropriazione dei loro contenuti politici da parte di Maputo e la mancanza di consultazioni previe con l’organizzazione. Il contrasto fra le delegazioni venne esasperato dall’offensiva della ZNA (Zimbabwean National Army) contro la RENAMO a sostegno del FRELIMO. La delegazione dei guerriglieri pose come condizione per la riapertura del dialogo il ritiro delle truppe straniere dal territorio mozambicano. L’azione della Comunità si rivelò di fondamentale importanza in questo frangente in quanto si riuscì a convincere la RENAMO a ritirare la condizione posta poco tempo prima alla riapertura del negoziato. È proprio in questa fase che gli osservatori assunsero il ruolo di mediatori, eliminando ogni possibilità di interferenza delle autorità keniane e zimbabwiane.

Il 2 novembre venne approvata la revisione alla costituzione, ponendo fine all’impasse autunnale. Il governo di Maputo aveva ufficialmente abbandonato l’ideologia marxista-leninista, completando l’apertura all’Occidente.

La nuova seduta negoziale si aprì il 9 novembre, l’Italia divenne coordinatrice della mediazione. Tra i punti all’ordine del giorno appare: “Creazione delle condizioni politiche e militari per la pace […]. Garanzie interne e ruolo internazionale nell’adempimento degli accordi […]”. [12] Questo punto riassume il programma di tutto il negoziato che si protrasse per ben 27 mesi. Il 1° dicembre 1990 venne firmato un accordo militare circa la questione delle truppe dello ZNA presenti sul territorio mozambicano. La RENAMO prese atto della necessità dello Zimbabwe di mantenere unità militari per controllare i corridoi di Beira e Limpopo, fondamentali per l’economia del paese limitrofo. Venne pertanto deciso che le due zone sarebbero rimaste sotto il controllo dello ZNA per un raggio di 3 km misurati a partire dalle vie di comunicazione e dagli oleodotti. L’economia mozambicana trasse notevoli benefici dalla riapertura in sicurezza dei corridoi. Nel giro di poche settimane numerosi profughi mozambicani si concentrarono nelle zone di partial ceasefire per trovare rifugio dalle ostilità. Questa soluzione venne proposta da esperti militari italiani e statunitensi e accettata da entrambe le parti, seppure con riluttanza. Venne inoltre istituita una Commissione mista internazionale di verifica dell’accordo sui corridoi (COMIVE) presieduta dall’ambasciatore italiano in Mozambico, Incisa di Camerana. Il rispetto della zona di cessate il fuoco parziale mise duramente alla prova le due controparti. In occasione del terzo incontro si decise anche circa la possibilità della Croce Rossa di intervenire a sostegno della popolazione. L’accordo del 1° dicembre dette nuovo slancio al negoziato che riprese nell’entusiasmo generale sia delle delegazioni che dei mediatori, che lo consideravano il primo vero passo verso la pace.

Contemporaneamente alla questione dei corridoi, ebbero inizio i negoziati circa la democratizzazione dello stato e la legge sui partiti, la parte più complessa dell’ordine del giorno. La RENAMO si rifiutava di approvare il progetto di legge sui partiti messo a punto dal FRELIMO nei mesi precedenti, avanzando come motivazione il fatto di non essere stata coinvolta nella stesura. I dibatti furono piuttosto animati ma si giunse, prima della pausa natalizia, ad un comunicato finale che racchiudeva le linee guida e i principi generali del futuro funzionamento del sistema partitico mozambicano. [13]

I lavori della COMIVE [14] ebbero inizio il 19 dicembre del 1990: sin da subito, però, i membri della commissione comunicarono, con una relazione, ai mediatori la necessità di allargare le zone di partial ceasefire al fine di facilitare gli spostamenti delle truppe zimbabwiane e garantire la sicurezza della zona, allontanando il rischio di offensive dei guerriglieri. La questione dell’allargamento delle zone venne sottoposta alle delegazioni nella sessione negoziale nel mese di gennaio del 1991. L’estensione delle zone era osteggiata dalla RENAMO che si vedeva sottrarre delle porzioni di territorio vitali per la guerriglia. La delegazione del FRELIMO, invece, si dimostrò subito favorevole, dato che le truppe dell’esercito nazionale godevano della libertà di circolazione nelle zone di cessate il fuoco, essendo queste sotto la giurisdizione dello stato mozambicano. Successivamente, la pubblicazione di relazioni della COMIVE [15] che denunciavano la violazione dell’accordo sui corridoi da parte della RENAMO e l’affermarsi della sfiducia delle controparti nei confronti dell’organismo di controllo, causarono un ulteriore blocco dei negoziati. Il dibatto sui corridoi si protrasse fino al maggio del 1991: le controparti si accusavano a vicenda di violare l’accordo del 1° dicembre. Questa impasse, seppur di breve durata, destò in Europa e in generale nell’opinione pubblica mondiale molti dubbi circa la validità e l’efficacia della mediazione italiana. In questo frangente si moltiplicarono le proposte del governo portoghese alle delegazioni di spostare il negoziato in Portogallo.

I mediatori, allora, si impegnarono strenuamente per la ripresa delle trattative proponendo nuovi temi all’ordine del giorno, per distogliere l’attenzione dalla questione dei corridoi ed evitare la rottura del clima di fiducia instaurato nel corso dei colloqui. A tal proposito i mediatori chiesero alle delegazioni maggiore flessibilità nella definizione dell’agenda, essendo stati presentate da queste ultime delle liste di argomenti da trattare molto dettagliate e particolareggiate. [16] La delegazione della RENAMO accolse le richieste dei quattro mediatori, accettando un’agenda di carattere generale, i cui contenuti avrebbero delineato l’iter negoziale. [17] A seguito di un incontro con Dhlakama in persona, fu possibile per i mediatori comprendere il vero ostacolo alle trattative. Le due parti, infatti, rimanevano ben salde sulle loro convinzioni: la RENAMO di Dhlakama credeva di rappresentare il vero governo del Mozambico (in quanto vera espressione del popolo, al contrario di quello insediatosi illegalmente a Maputo), mentre il FRELIMO continuava a considerare i guerriglieri un gruppo di banditi armati nemici della patria. Inoltre, la RENAMO e il FRELIMO concepivano il negoziato romano in due ben modi distinti: per la prima si trattava di una vera e propria base costituente del futuro Mozambico, per il secondo, invece, di un tavolo negoziale mirato esclusivamente all’ottenimento della pace interna. A seguito di una pausa di riflessione consigliata dai mediatori alle controparti che durò ben due mesi, si giunse alla risoluzione di questo importante nodo. Gli italiani idearono un espediente che si rivelò efficace: proposero alle delegazioni un documento extra agenda, un Preambolo, che faceva chiarezza circa il riconoscimento reciproco delle parti e la portata giuridica degli accordi presi a Roma. Nel testo, si legge, il FRELIMO si impegnava a rispettare i termini dei protocolli di pace e a non approvare provvedimenti legislativi in contraddizione con questi ultimi. La RENAMO, dal canto suo, si impegnava «a non combattere con la forza delle armi le leggi in vigore e le istituzioni esistenti dello Stato e a condurre nel loro ambito la sua lotta politica così come stabilito nell’accordo generale di pace». [18] Il preambolo, accettato sin da subito dal FRELIMO, venne in un primo momento rifiutato dalla RENAMO, ancora convinta di non voler riconoscere la legittimità del governo di Maputo. Dhlakama, infatti, riteneva che il FRELIMO non avrebbe tenuto fede al preambolo, soprattutto in vista dell’imminente Congresso del partito al potere che si sarebbe tenuto di li a pochi mesi. Questo fu forse uno dei periodi di maggiore isolamento internazionale della RENAMO, soprattutto a causa della convinzione radicata nei suoi esponenti che fosse in atto un vero e proprio complotto a livello mondiale contro l’organizzazione di guerriglieri. Alla luce di ciò non stupisce che Dhlakama abbia manifestato più volte sfiducia persino nei confronti dei mediatori, fino a poco prima degni della sua stima. Questa convinzione complottista derivava, non solo dall’isolamento in cui viveva il capo della RENAMO, da anni nascosto nella foresta di Gorongosa ma anche dalla mancanza di esplicite garanzie politiche per l’organizzazione una volta cessato il fuoco. Dhlakama maturò in questo frangente la maggior parte delle sue richieste di garanzie che sottopose nel corso dei negoziati alla delegazione contrapposta. L’iniziativa dei mediatori mirò appunto a garantire un futuro certo per la RENAMO. Questo obiettivo venne raggiunto inviando alle parti, insieme al Preambolo, due documenti: il primo, un Protocollo di legge sui partiti, il secondo, un Protocollo di legge elettorale. Ancora una volta la RENAMO, riacquistando lentamente la fiducia nel dialogo, accettò la proposta in questione. La firma del preambolo avvenne il 18 ottobre del 1991, grazie anche all’intervento del Malawi che convinse Dhlakama dell’importanza del riconoscimento della RENAMO come movimento politico d’opposizione, come affermato nel documento. La tenacia e la determinazione dei mediatori fecero ancora una volta la differenza. Il dibattito che durò tutta l’estate del 1991 servì a Dhlakama per rivedere le sue posizioni su alcuni temi specifici. Questi riconobbe infatti che per il governo era difficile accettare la supervisione delle Nazioni Unite nel periodo immediatamente successivo alla firma dell’accordo e dichiarò di accettare la formula che prevedeva il controllo del periodo di transizione da parte di una Commissione internazionale mista.

La seduta negoziale successiva ebbe inizio il 22 ottobre del 1991: all’ordine del giorno, la legge sui partiti e la legge elettorale. Durante le 3 settimane successive si ebbe il cosiddetto “Effetto Preambolo”. Le parti, cioè, si accordarono in fretta sulle questioni in oggetto, sulla scia dell’ottimismo infuso nei negoziatori dalla firma del Preambolo. [19] Per quanto riguarda la legge elettorale, emersero, tuttavia, ostacoli alla trattativa. [20] Domingos sosteneva che tale questione dovesse essere risolta nel corso dei negoziati ed inserita nell’apposito protocollo. Guebuza, invece, preferiva che fossero delineati nel documento ufficiale solamente alcuni principi generali, al fine di demandare le scelte al futuro parlamento multipartitico, come previsto dalla Costituzione. La questione venne risolta nel marzo del 1992 con la firma del Protocollo di legge elettorale che consisteva in una sintesi delle proposte avanzate dalle due delegazioni.

Rimaneva irrisolta la questione costituzionale. La RENAMO, rifiutando la costituzione vigente in quanto prodotto del sistema monopartitico, voleva garanzie e rassicurazioni in merito al futuro. Domingos chiedeva che il nuovo parlamento multipartitico eletto all’indomani della firma di pace, procedesse immediatamente alla revisione della Costituzione approvata nel novembre del 1990. La soluzione della questione, come suggerito dai mediatori, venne rimandata ad un successivo incontro.

L’undicesima sessione negoziale, che si aprì il 10 giugno del 1992, subì rallentamenti a causa del temporeggiare della delegazione guidata da Domingos che mirava ad ottenere finanziamenti per sostenere le spese del negoziato e dell’organizzazione. [21] I mediatori risposero alle richieste della RENAMO promettendo l’erogazione di finanziamenti in seguito alla cessazione delle ostilità, ossia quando sarebbe stato costituito il Trust Fund delle Nazioni Unite. Le richieste vennero attenuate allorché il Mozambico venne colpito da una grave siccità che contribuì all’aumento del numero dei profughi.

La richiesta della RENAMO di accogliere in qualità di osservatori alcuni rappresentati di paesi terzi venne accettata e, dal 10 giugno, col consenso delle delegazioni, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Portogallo e Nazioni Unite presero parte alle sedute ufficiali.

Riguardo le questioni militari la delegazione dei guerriglieri chiese la revisione dell’accordo del 1° dicembre 1990, sostenendo che il controllo della COMIVE non era stato efficace e che, come condizione per l’apertura del negoziato in materia di eserciti, era necessario aggiornare gli accordi di due anni prima. A queste richieste la RENAMO associò il problema dei rifornimenti di aiuti umanitari alle popolazioni sotto il controllo dell’organizzazione che soffrivano per la siccità. Domingos chiese che gli aiuti fossero fatti pervenire per via aerea e non per via terrestre, per motivi sia militari che politici. [22] Le proposte della RENAMO vennero inserite all’ordine del giorno, unitamente alla questione costituzionale.

A seguito di un’intensa fase negoziale in cui le parti discussero animatamente circa l’operato della COMIVE, fu possibile procedere all’analisi delle questioni militari e umanitarie. Le delegazioni vennero affiancate da una commissione formata da esperti militari incaricata di studiare proposte e sviluppare i progetti militari già elaborati durante i precedenti anni di negoziato. [23] Le questioni umanitarie, particolarmente urgenti, vennero risolte il 16 luglio del 1992 con la firma di un’intesa sugli aiuti (Declaração do Governo da República de Moçambique e da RENAMO sobre os princípios orientadores da ajuda umanitaria). [24]

La sessione di giugno, in parte grazie alla risoluzione di questioni pregnanti, fece sì che in tutti i partecipanti al negoziato crescessero le speranze per una conclusione prossima e definitiva del conflitto. Inoltre, le parti rimasero sensibilmente colpite dalla quantità di messaggi pervenuti a Sant’Egidio durante i dibattiti, da parte di organizzazioni, comitati e personalità di tutto il mondo che chiedevano a gran voce la pace. [25] Alla vista delle richieste di pace, le due delegazioni dichiararono il loro impegno a concludere quanto prima i negoziati.

Sin dall’inizio del 1992 i mediatori avevano caldeggiato l’idea di un incontro diretto fra i leader di FRELIMO e RENAMO, Chissano e Dhlakama. Nell’estate dello stesso anno si vennero a creare le condizioni per l’incontro dei due presidenti. In luglio il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, aveva incontrato Dhlakama a Gaborone, insieme all’ambasciatore statunitense in Botswana e al presidente del paese Masire. Durante l’incontro il leader della RENAMO si era dimostrato piuttosto distensivo, ricevendo l’elogio di Mugabe per la disponibilità al dialogo dimostrata. Il presidente Mugabe si impegnò, al seguito dell’incontro, per realizzare il confronto diretto fra i due leader mozambicani. Mugabe, ricevuto l’assenso del leader della RENAMO fissò l’incontro per il 4 agosto del 1992 a Roma. Il vertice tra Chissano e Dhlakama si protrasse per tre giorni, alla presenza di Mugabe. Chissano chiese, convinto della possibilità di giungere subito ad un accordo definitivo, una risposta sul cessate il fuoco. La controparte, esigendo maggiori garanzie nell’ambito del negoziato, affermò di voler trattare della fine delle ostilità solo al termine delle trattative. Dato che le prime ore del summit non avevano portato a risultati consistenti, Mugabe, Domingos e Mocumbi, il ministro degli esteri mozambicano, presentarono ai presidenti un documento secondo il quale la RENAMO accettava di giungere all’Accordo Generale di pace entro il 1° ottobre successivo e il governo di Maputo si impegnava ad applicare le modifiche costituzionali proposte da Dhlakama, in base al principio della prevalenza degli accordi di Roma sull’ordinamento interno del Mozambico. Con la firma della Dichiarazione congiunta il 7 agosto del 1992 venne accolta l’impostazione voluta dalla RENAMO, ossia di ottenere la pace in cambio di opportune garanzie per l’organizzazione. [26] La definizione di una precisa data per la firma dell’Accordo Generale di pace diede impulso ai negoziati che subirono una notevole accelerazione.

I punti all’ordine del giorno, all’indomani del summit, riguardavano la questione militare, la questione umanitaria e il problema dei servizi segreti (Snasp). I dibattiti circa l’ultimo punto si rivelarono particolarmente accesi: la RENAMO proponeva di sopprimere l’organismo allora operativo mentre il governo optava per una semplice ristrutturazione dello stesso. Per superare questa incompatibilità, i mediatori scrissero una lettera a Chissano e Dhlakama invitandoli a rispettare la scadenza del 1°ottobre per la firma dell’Accordo Generale di pace, per non deludere le attese della comunità internazionale. La scelta dei mediatori di comunicare con i leader di FRELIMO e RENAMO fu dettata dalla percezione che i capi delle due delegazioni presenti a Roma non avessero sufficiente autorità per prendere decisioni così delicate. [27] La proposta dei quattro mediatori non venne accettata dalle controparti: fu allora che si rese necessario un ulteriore incontro al vertice. Tra il 18 e il 19 settembre si incontrarono a Gaborone, in Botswana, Chissano e Dhlakama che, dopo lunghi e solitari colloqui, giunsero ad un accordo in materia militare. Dai verbali presentati dalle controparti, all’indomani del summit, emergono differenze notevoli circa le conclusioni cui si era pervenuti: la questione dei servizi segreti e quella dell’amministrazione civile delle zone controllate dalla RENAMO rimasero irrisolte.

A pochi giorni dalla data stabilita per la firma dell’Accordo Generale, le due controparti non avevano ancora risolto alcuni nodi negoziali: si paventò l’ipotesi di un possibile rinvio della firma di pace. Dhlakama, molto incerto circa il futuro della RENAMO, sentiva di non aver ottenuto sufficienti garanzie e insisteva sull’importanza di aver un accordo completo e dettagliato a costo di rinviare la firma. [28] I mediatori, allora, sollecitarono la venuta a Roma del presidente della RENAMO per risolvere definitivamente tutte le questioni ancora in sospeso. Dopo un momento di esitazione Dhlakama, ulteriormente convinto da un accorato appello di Gonçalves giunse a Roma il 1°ottobre. Si aprì così l’ultima “maratona” negoziale che si protrasse ininterrottamente per settantadue ore. I mediatori, costretti a fare la spola fra gli alberghi in cui risiedevano le delegazioni, riuscirono ad ottenere un compromesso circa le questioni riguardanti i servizi segreti (Sise), la polizia, l’amministrazione civile [29] e le modalità del cessate il fuoco. Il segretario generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali dichiarò che l’ONU si sarebbe impegnato per il mantenimento della pace nel periodo di transizione precedente le prime elezioni democratiche.

La solenne cerimonia per la firma dell’Accordo Generale di pace si tenne il 4 ottobre del 1992 alla Farnesina. Dopo la firma dell’accordo entrambe le parti espressero soddisfazione e si profusero in ringraziamenti verso i mediatori e i paesi osservatori. L’Accordo consisteva in una dichiarazione delle parti che si impegnavano a mantenere la pace e a promuovere la democrazia in Mozambico, mettendo in pratica quanto concordato nei sette protocolli elaborati nel corso dei ventisette mesi di negoziato. [30]

7. La missione di peacekeeping ONUMOZ

In base a quanto stabilito dall’Accordo, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU procedette all’invio in Mozambico della missione di peacekeeping ONUMOZ (United Nations Operations in Mozambique), creata con la Risoluzione 797 adottata il 16 dicembre 1992. L’obiettivo della missione era di monitorare e far rispettare il cessate il fuoco e la smobilitazione delle forze militari, in vista delle elezioni nazionali. [31] Nei primi mesi del 1993, l’ONU inviò in Mozambico una forza multilaterale di 6 mila 500 caschi blu, guidata dall’italiano Aldo Ajello. Il mandato dell’ONUMOZ fu prorogato fino al gennaio del 1995, essendo inizialmente previsto fino al 31 ottobre del 1993. Nel febbraio del 1993 partì per il Mozambico un nucleo avanzato di ufficiali, incaricati di provvedere alle soluzioni logistiche per l’intero contingente. Nel marzo successivo il Ministero della Difesa autorizzò l’invio del contingente italiano, dando inizio alla “Operazione Albatros”. L’Italia contribuì alla missione con un Contingente di 1.030 uomini, assumendo la responsabilità operativa del Corridoio di Beira nei primi giorni di aprile. In tal senso, ed in ragione sia della vitale importanza del corridoio, sia del livello di efficienza operativa e logistica dell’Unità, il Contingente Italiano ha assunto il ruolo di “forza di riferimento”, ricevendo anche funzioni di supporto logistico e sanitario a favore di tutte le Forze ONU presenti nella regione.

Della Commissione mista di supervisione di cessate il fuoco e di controllo del rispetto e implementazione degli accordi di pace (CsC) facevano parte Italia, Francia, Germania, Portogallo, Gran Bretagna, Stati Uniti, Organizzazione dell’Unità Africa (oggi Unione Africana) e le Nazioni Unite.

La ONUMOZ istituì inoltre un programma di aiuti umanitari per aiutare i quasi tre milioni di profughi dislocati sul territorio mozambicano. L’UNHCR diede inizio, nel 1993, al rimpatrio di circa 1.3 milioni di rifugiati: quella in Mozambico fu, all’epoca, l’operazione in assoluto di maggiore entità condotta dall’UNHCR in Africa.

La smobilitazione degli effettivi, iniziata nel 1994, coinvolse più di settantasei mila soldati di entrambi gli schieramenti di cui l’ONUMOZ si occupò, per favorire il reintegro all’interno delle forze militari nazionali. L’ONUMOZ reperì più di 155 mila armi.

Le prime elezioni multipartitiche si tennero nell’ottobre del 1994. Il partito al governo, il FRELIMO, vinse le elezioni parlamentari e presidenziali. La RENAMO si affermò come maggiore partito di opposizione.

8. Bibliografia

Monografie
 
Morozzo della Rocca R., Mozambico dalla Guerra alla Pace. Storia di una mediazione insolita, San Paolo Editore, 1994.
 
Articoli Accademici
 
Gentili A. M., Lessons Learned from the Mozambican Peace Process, Istituto Affari Internazionali, Working Papers 13/04, gennaio 2013.
 
Morier G. E., Sant’Egidio et la paix. Interviews de Don Matteo Zuppi e Riccardo Cannelli, Social Sciences and missions, n. 13, ottobre 2003, pp. 119/145.
 
Young T., The MNR/RENAMO: External and Internal Dynamics, African Affairs, Vol. 89, No. 357 (Ottobre 1990), The Royal African Society.
 
Siti Web
 
Comunità di Sant’Egidio: http://www.santegidio.org
 
Missione ONUMOZ: http://www.un.org/en/peacekeeping/missions
 
Risoluzione 217, 1965: http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/217(1965)
 
 
 
 
 

Note:

1) Risoluzione S/RES/217 del 1965. Testo integrale disponibile presso: http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/217(1965), consultato il 13 aprile 2013.

2) Young T., The MNR/RENAMO: External and Internal Dynamics, African Affairs, Vol. 89, No. 357 (Ottobre 1990), The Royal African Society, p. 494.

3) Ibidem, p. 498.

4) Ibidem, p.499.

5) La comunità di Sant’Egidio nacque a Roma nel 1968, per iniziativa Andrea Riccardi che, nel clima di rinnovamento successivo al Concilio Vaticano II, iniziò a riunire un gruppo di liceali per ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. Incentrato sul valore della solidarietà a favore degli emarginati, il gruppo si prodigò inizialmente a favore dell’istruzione dei bambini che vivevano nelle baraccopoli alla periferia di Roma, istituendo dei doposcuola. Dal 1973, nella sede di Sant’Egidio a Trastevere, iniziarono a riunirsi per preghiera comunitaria. Da allora, la comunità iniziò a diffondersi dapprima in altre città italiane, e poi, negli altri continenti, fino a registrare la sua presenza in più di 70 Paesi del mondo. Ciò a cui si dedicavano era il servizio ai poveri, il sostegno alla dignità della persona. Le attività a cui si dedicano i circa 50.000 appartenenti sono di natura sociale: aiutare i poveri, fare carità, sostenere l’infanzia, contrastare l’AIDS. Sito ufficiale della Comunità di Sant’Egidio: http://www.santegidio.org/, consultato il 13 aprile 2013.

6) I rapporti dell’Italia con il Mozambico ebbero inizio negli anni Sessanta. Ricordiamo che il comune di Reggio Emilia si era adoperato in favore del FRELIMO fornendo aiuti umanitari nelle zone liberate. L’Italia fungeva da base strategica per il FRELIMO data la sua posizione di vicinanza al Portogallo e all’Africa a dato il peso internazionale del suo Partito Comunista. Negli anni Ottanta l’Italia si distinse in quanto primo partner occidentale del Mozambico per forniture di aiuti economici e allo sviluppo. Morozzo della Rocca R., Mozambico dalla Guerra alla Pace. Storia di una mediazione insolita, San Paolo Editore, 1994, pp. 23-24.

7) Morozzo della Rocca R., op.cit., p.69.

8) La guerra e la siccità resero il Mozambico il paese più povero al mondo nel biennio 1990-91: si stima che il reddito pro capite era di soli 80 dollari all’anno nel 1991. Morozzo della Rocca R., op.cit. p.91.

9) Deputato di Trento nel Parlamento italiano per il PSI, partecipa al negoziato in quanto rappresentante del Governo italiano. Raffaelli costituiva una garanzia per il FRELIMO poiché era molto stimato in Mozambico per il suo impegno nel campo della cooperazione allo sviluppo portata avanti dall’Italia.

10) La presenza del vescovo Gonçalves era particolarmente gradita alla RENAMO che vedeva in lui un interlocutore molto affidabile e già collaudato.

11) Chissano aveva subordinato la partecipazione della RENAMO alle libere elezioni in qualità di partito d’opposizione all’abbandono delle armi da parte dei guerriglieri.

12) Morozzo della Rocca R., op.cit., p. 141.

13) I principi identificati erano: libertà di associazione e costituzione di partiti politici; garanzie di personalità giuridica dei partiti; accesso dei partiti ai media; necessità che i partiti siano “sufficientemente rappresentativi del territorio nazionale”; obbligatoria democraticità dei partiti; doveri dei partiti di perseguire fini non contrari allo spirito di patria e all’unità nazionale; trasparenza interna dei partiti; base dei partiti non regionale né tribale né etnica né religiosa etc. Morozzo della Rocca R., op.cit., p.151. Il dibattito circa la legge sui partiti riprese una volta approvata l’agenda dei negoziati, proposta dai mediatori e accettata dalle parti nel maggio del 1990. La RENAMO propose le Nazioni Unite come supervisore del sistema dei partiti (nel periodo della transizione successivo alla firma dell’Accordo Generale di pace), considerando illegittimo il governo del FRELIMO. Quest’ultimo, invece, difendeva il proprio ruolo di garante del sistema partitico, non volendo ingerenze esterne in questioni di carattere istituzionale. Morozzo della Rocca R., op. cit., p. 168.

14) Il lavoro della Commissione si dimostrò di fondamentale importanza in quanto rappresentò la prima “palestra” di dialogo per le controparti. In occasione dell’apertura dei lavori, la delegazione della RENAMO giunse per la prima volta a Maputo dall’inizio della guerra civile. Morozzo della Rocca R., op. cit., p.159.

15) Le violazioni dell’accordo segnalate dalla COMIVE erano per la maggior parte attribuite alla RENAMO. Tuttavia, come nel caso dell’aeroporto di Chimoio, si registrò una violazione da parte del FRELIMO che aveva permesso lo schieramento di truppe dello ZNA in un territorio che non era incluso nel corridoio di Beira. Dall’analisi dei dispacci dell’ambasciatore Incisa inviati ai mediatori traspare una spaccatura all’interno della COMIVE (probabilmente dovuta alle posizioni particolarmente ostili alla RENAMO più della delegazione inglese), la quale venne accusata dalla RENAMO di eccessiva indulgenza nei confronti delle violazioni del FRELIMO. Morozzo della Rocca, op. cit., pp. 148/163.

16) La RENAMO, in particolare, premeva per la negoziazione della soppressione dei servizi di sicurezza (Snasp) e della liberazione dei prigionieri politici. Morozzo della Rocca, op. cit., p. 165.

17) La struttura dell’agenda si presentava come segue: 1. Legge sui partiti; 2. Legge elettorale; 3. Questioni militari; 4. Cessate il fuoco; 5. Garanzie; 6. Conferenza dei donatori; 7. Firma dei documenti concordati; 8. Protocollo finale. Morozzo della Rocca, op. cit., p. 167.

18) Protocolo I. Dos principios fundamentais, in Acam, Fasc. Bozze Protocollo 1 (Preambolo), citato da Morozzo della Rocca R., op. cit., p. 173.

19) Il Protocollo sui partiti politici, firmato a Roma il 13 novembre 1991 stabiliva la natura e i principi dei futuri partiti: democraticità nei programmi e nell’organizzazione interna; fini nazionali; comuni diritti e doveri dinanzi la legge. La RENAMO si sarebbe trasformata in partito politico una volta firmato l’Accordo Generale di pace. Morozzo della Rocca R., op. cit., p.206.

20) Elenchiamo di seguito gli argomenti su cui si dibatté durante il periodo negoziale precedente la firma del Protocollo di legge elettorale: il ruolo del governo e delle forze di opposizione sull’opera di rimpatrio e resettlement dei milioni di profughi sfollati; la formazione della commissione elettorale; l’esercizio del voto che la RENAMO concepisce come un dovere e il governo come un diritto; il barrage per evitare la proliferazione eccessiva di partiti; l’età per l’elettorato passivo; le modalità per l’elezione presidenziale etc. Morozzo della Rocca R., op. cit., p. 215.

21) All’epoca i guerriglieri della RENAMO vivevano in condizioni di estrema povertà: debiti e isolamento non consentivano il rifornimento di munizioni e viveri. Dhlakama si rivolse più volte ai mediatori durante tutta la durata delle trattative chiedendo sostegno economico e finanziamenti che vennero però sempre rifiutati. Morozzo della Rocca R., op. cit., p. 221.

22) Il rischio militare era costituito dal fatto che le forze armate del FRELIMO potessero sferzare offensive lungo le strade e i corridoi umanitari aperti ai soccorsi. Dal punto di vista politico, la RENAMO non voleva che gli aiuti venissero strumentalizzati dal governo di Maputo. Morozzo della Rocca R., op. cit., p. 235.

23) Le questioni militari saranno oggetto della tornata negoziale del settembre 1992, in cui le parti concorderanno sull’entità degli effettivi dell’esercito unico, stabilita a 30.000 unità. Morozzo della Rocca R., op. cit., p. 239.

24) La Dichiarazione stabiliva che: gli aiuti sarebbero stati distribuiti a tutti i mozambicani senza discriminazioni di sorta; le missioni umanitarie sarebbero circolate liberamente sotto bandiera dell’ONU o della Croce Rossa; sarebbero stati utilizzati tutti i mezzi di trasporto disponibili. Una serie di complicazioni impedirà l’immediata applicazione dei principi della Dichiarazione che entrerà effettivamente in vigore solo dopo la firma del trattato di pace. Morozzo della Rocca R., op. cit., p. 241.

25) E’ interessante ricordare a tal proposito che lo stesso Domingos rimase impressionato quando riconobbe, tra le firme raccolte da un’organizzazione umanitaria, quella di suo padre. Morozzo della Rocca R., op. cit., pp. 202-203.

26) Morozzo della Rocca R., op. cit., pp.244/255.

27) La proposta inviata dai mediatori ai leader circa il funzionamento dello Snasp prevedeva: una ristrutturazione dei servizi di sicurezza, la cui denominazione sarebbe stata cambiata e alla cui guida sarebbero stati nominati un direttore e due vicedirettori di cui uno appartenente alla RENAMO che avrebbe potuto inviare personale. I mediatori cercarono così di trovare un compromesso che garantisse il mantenimento della sovranità al governo e che rassicurasse la RENAMO. Morozzo della Rocca R., op. cit., p.258.

28) Le preoccupazioni di Dhlakama risultano facili da comprendere alla luce di quanto stava accadendo in Angola. Le elezioni previste dall’accordo di pace, firmato il primo giugno del 1991, si tennero il 29 e il 30 settembre. La vittoria del leader del MPLA accrebbe le inquietudini di Dhlakama. Morozzo della Rocca R., op. cit., p.275.

29) Venne stabilito che la fonte normativa unica per l’amministrazione civile del Mozambico sarebbe stata quella prevista dall’ordinamento dello Stato sorto nel 1975 all’indomani dell’indipendenza. Il governo di Maputo avrebbe inoltre nominato come amministratori nelle zone controllate dalla guerriglia, delle persone appartenenti alla RENAMO. Morozzo della Rocca R., op. cit., pp.244/255.

30) Segue la struttura dell’Accordo Generale: 1. Preambolo, 2. Protocollo sui partiti, 3. Protocollo sulla legge elettorale, 4. Protocollo sulle questioni militari, 5. Protocollo sulle garanzie, 6. Protocollo sul cessate il fuoco, 7. Protocollo sulla Conferenza dei paesi donatori. Morozzo della Rocca R., op. cit., p. 279.

31) la componente militare della missione riceve il seguente mandato: 1. Monitorare e verificare: il cessate il fuoco, la separazione e la concentrazione delle forze contrapposte, la loro smobilitazione e la raccolta, lo stoccaggio e la distruzione delle armi; il completo ripiegamento fuori dei confini delle forze militari straniere; la smobilitazione dei militari e dei gruppi armati irregolari. 2. Attuare misure di sicurezza in favore di infrastrutture e servizi vitali; 3. Fornire sicurezza alle attività svolte dalle Nazioni Unite e dalle altre organizzazioni internazionali a sostegno del processo di pace, con particolare riguardo ai corridoi di collegamento tra il mare ed il confine del Paese. Testo Integrale del mandato disponibile presso http://www.un.org/en/peacekeeping/missions/past/onumozM.htm, consultato il 16 aprile 2013.

 
 
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